DOC-828.
LONDRA-ADISTA. Decentrare, dare maggiore spazio alla responsabilità dei vescovi
insieme al papa nella guida della Chiesa, applicando concretamente quel
principio di sussidiarietà ribadito con forza dal Concilio Vaticano II e mai
realmente realizzato. È l’appello-denuncia del card. Franz König, lucidissimo
novantaquattrenne arcivescovo emerito di Vienna che, di fronte al “richiamo”
fattogli qualche settimana fa dal card. Joseph Ratzinger per aver difeso il
teologo gesuita Jacques Dupuis, sotto indagine del Vaticano (v. Adista n.
26/99), rilancia e punta il dito contro l’esagerato centralismo della “potente”
Curia romana. E lo fa in un saggio - scritto per un volume commemorativo del
150.mo anniversario della Conferenza episcopale austriaca - che il settimanale
cattolico inglese “The Tablet” (27/3/99) pubblica col titolo “Come vedo la
Chiesa del futuro”. Ne riportiamo di seguito il testo integrale, in una nostra
traduzione dall’inglese.
di
Franz König
Per
affrontare un mondo in rapido cambiamento, la Chiesa__attolica deve preservare
la sua unità. Ma deve anche sviluppare la diversità cattolica. Quale stile di leadership le consentirà di
farlo? Dal punto di vista della sfida ecumenica, la difficoltà vera e propria consiste
nell’esistenza stessa e nell’esercizio del primato romano, ma all’interno della
stessa Chiesa cattolica la domanda da lungo tempo è: come l’attuale gestione
dell’autorità, che nel secolo scorso è diventata tanto centralistica, potrebbe
o dovrebbe essere corretta o migliorata?
È
necessario un graduale decentramento, per rafforzare il coinvolgimento del
collegio dei vescovi e la sua responsabilità verso tutta la Chiesa, sotto e con
il ministero petrino. Questo era l’orientamento espresso al Concilio Vaticano
II. Allo stesso tempo, la competenza dei singoli vescovi tanto a livello locale
quanto regionale ha pure bisogno di essere rafforzata, perché essi sono i
pastori delle Chiese locali, i vicari di Cristo nelle loro diocesi. Ecco perché
il Vaticano II ha descritto la Chiesa come comunione di Chiese locali.
All’interno
della Chiesa cattolica stessa, nessuno ha difficoltà a riconoscere l’esistenza
del ministero petrino, servito dalla necessaria burocrazia in linea con i
tempi. Ciò che talvolta si avverte come carente è lo stile attuale di
leadership praticato dalle autorità della Curia romana nell’affrontare le
diverse e molteplici diocesi nel mondo.
Secondo
la Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa Lumen gentium, i vescovi
sono chiamati ad “avere sollecitudine per tutta la Chiesa” (23). L’aspettativa era che essi lo facessero
tramite i sinodi regolari dei vescovi tenuti a Roma. Ma non è accaduto come
Paolo VI intendeva nella sua enciclica Sollicitudo omnium ecclesiarum. In
quella lettera, nel tentativo di soddisfare gli auspici del Concilio, Paolo VI
si sforzò di rimodellare la funzione consultiva e di controllo delle autorità
di Curia, per allinearle con le intenzioni del Concilio. Nel periodo
postconciliare, tuttavia, come i vescovi non di rado hanno detto, le autorità
vaticane hanno cercato di riappropriarsi dell’autonomia e della leadership
centrale. Le intenzioni della Sollicitudo omnium ecclesiarum non sono state
realizzate.
Nell’evidenziare
queste mancanze, sono preoccupato, in particolare, per il “bene della Chiesa
universale”. In accordo con gli auspici del Concilio, il collegio episcopale
dovrebbe cercare di assistere il vescovo di Roma, detentore del ministero
petrino, nel suo compito di guida. Ogni vescovo, secondo Lumen gentium 23, “in
quanto membro del collegio episcopale e legittimo successore degli apostoli, è
tenuto per istituzione e precetto di Cristo ad avere sollecitudine per tutta la
Chiesa”. Questa sollecitudine, continua la Lumen gentium, “sebbene non sia
esercitata con atti di giurisdizione, contribuisce sommamente al bene della
Chiesa universale”. Ma lo stile di guida della Chiesa universale che è oggi
praticato non è totalmente in linea con le intenzioni del Concilio. Si dovrebbe
tenere presente un riferimento nel documento di papa Giovanni Paolo II sulle
Conferenze episcopali, Apostolos suos, del 23 luglio 1998, ed un commento ad
esso sul giornale vaticano “L’Osservatore romano” del 24 luglio 1998. Vi è
detto che l’autorità del collegio episcopale su tutta la Chiesa non nasce
“dalla somma dei poteri dei singoli vescovi”; piuttosto è “una realtà
predefinita, in cui i singoli vescovi partecipano, come nel caso in cui debbano
prendere decisioni che riguardano l’intera Chiesa, solo quando agiscono insieme
come collegio” (12).
Questa
affermazione apparentemente restrittiva in realtà richiama l’attenzione sul
significato del collegio episcopale.
Il
Concilio non ha specificato in che modo “la sollecitudine per tutta la Chiesa”
potesse essere concretizzata. È il compito del periodo post-conciliare, ed ora
c’è bisogno di trovare nuove vie in cui il Sinodo dei vescovi possa partecipare
al governo della Chiesa universale. Anche la procedura di nomina dei vescovi
dev’essere esaminata, perché vi sono state difficoltà quando la Conferenza
episcopale interessata non è stata adeguatamente consultata o non lo è stata
affatto.
Alle
soglie del terzo millennio, tenendo in mente tanto la necessaria unità quanto
la potenziale diversità nella Chiesa cattolica diventa evidente quali difficoltà
vanno affrontate, e quali opportunità vanno colte. Il contesto è quello di una
Chiesa cattolica che è uscita dalla sua fase europea, evolvendo in modo
impressionante verso una Chiesa mondiale. Non è più eurocentrica; insieme al
ministero petrino ha scartato o sta scartando il suo modello europeo. Come
governare una Chiesa caratterizzata da tanta diversità? Dobbiamo decentrare. Allo stesso tempo,
tuttavia, la Curia romana resta una forza potente che tende nella direzione
opposta, verso il centralismo. Anch’essa
è diventata internazionale. Non è più uno strumento italiano. Ma resta forte e
potente. La burocrazia vaticana ha accumulato nei secoli un’abbondante
esperienza cristiana e umana e un prestigio nato dal suo ruolo nella battaglia
contro il razionalismo e il nazionalismo e in difesa dell’unità della Chiesa.
Da un punto di vista europeo, e a causa delle difficoltà presenti in Europa, è
sempre stato il fine di conservare l’unità della Chiesa ad avere quasi
esclusivamente la precedenza. Di conseguenza, la possibilità di diversità
all’interno di questa unità - la necessità stessa di questa diversità - ha
sempre goduto di poca considerazione.
Questo
è una parte del problema. Attualmente la responsabilità e la sollecitudine per
l’intera Chiesa pongono sempre più domande sul ministero petrino.
Inevitabilmente la Curia romana porta parte di questo fardello, ma è qui che il
collegio episcopale a livello mondiale dovrebbe agire come inteso da Lumen
gentium 22 e 23: “per istituzione e precetto di Cristo” ogni singolo vescovo “è
tenuto ad avere sollecitudine per tutta la Chiesa”. Il Concilio Vaticano II,
collegando la sua dottrina della collegialità a quella del primato papale come
definito dal Vaticano I, ci ha fornito una precisa descrizione del significato
del collegio episcopale e dei suoi compiti in unione con il ministero petrino.
Lo si può chiamare un atto di divina provvidenza, per soddisfare meglio i nuovi
requisiti richiesti per tutta la Chiesa. In effetti, tuttavia, de facto e non
de jure, intenzionalmente o meno, le autorità di Curia che lavorano con il papa
si sono appropriate dei compiti del collegio episcopale. Sono loro, ora, a
portarli avanti praticamente tutti.
Abbiamo
già alcuni esempi pratici di come il collegio episcopale può funzionare. La Seconda
Assemblea Ecumenica Europea di Graz nel 1997, un grande evento ecumenico, è
stato preparato e portato avanti grazie alla cooperazione del Consiglio delle
Conferenze episcopali europee, da parte cattolica, e la Conferenza delle Chiese
europee che raggruppa ortodossi, anglicani, protestanti e vetero cattolici. E
questo sembra essere accaduto senza alcuna partecipazione ufficiale delle
autorità vaticane.
Il
papa stesso ha sollevato in modo più acuto di chiunque altro la questione
dell’attuale stile di leadership nella Chiesa cattolica in relazione al
collegio episcopale. Nella sua enciclica del 1997 Ut unum sint, Giovanni Paolo
II sottolinea l’obbligo “irrevocabile” della Chiesa cattolica di cercare
l’unità ecumenica (3). Nella sezione conclusiva, il papa considera “quanta
strada si debba ancora fare fino al giorno benedetto in cui sia raggiunta la
piena unità nella Chiesa” (77).
Per
contrastare il sospetto implicito, a volte esplicito, tra gli altri cristiani
sul fatto che il papa eserciti un’autorità dittatoriale sulla loro Chiesa,
Giovanni Paolo II ribadisce con forza il legame tra ministero petrino e
collegio episcopale. Il suo ministero non può essere separato dalla missione
“affidata all’intero corpo dei vescovi”, afferma. Essi sono anche “vicari e ambasciatori
di Cristo”. E, per non lasciare alcuna possibilità di fraintendimento,
aggiunge: “Il vescovo di Roma è membro del collegio episcopale, e i vescovi
sono suoi fratelli nel ministero” (95).
Questo
legame estensivo tra il ministero petrino e il collegio episcopale dovrebbe,
ritiene, aiutare a dissolvere i timori riguardo a un papa “infallibile” che
esercita una leadership esagerata e centralista. A proposito della forza di
questo legame, egli fa un suggerimento “fraterno” ai cristiani separati. Come
vescovo di Roma, detentore del ministero petrino, invita i partner ecumenici ad
entrare in un “dialogo paziente” con lui, a trovare “un modo di esercitare il
primato che, non rinunciando assolutamente a ciò che è indispensabile alla sua
missione, sia tuttavia aperto ad un nuovo contesto” (95).
Propone
una discussione che non metta fondamentalmente in questione l’esistenza del
ministero petrino, ma che rimuova gli ostacoli che oggi sono un deterrente per
le altre Chiese. Il papa stesso ammette che “questo è un compito immenso, che
non posso portare avanti da solo” (96).
In
questa proposta insolita e notevole, a mio parere, egli allude ai problemi di
leadership nella sua Chiesa. Problemi che possono essere risolti solo
condividendo con i vescovi le sollecitudini e la responsabilità per tutta la
Chiesa. Si tratta di collegare sempre il primato papale al collegio episcopale,
dissipando così il sospetto che il ministero petrino aspiri all’assoluta
supremazia sulla Chiesa.
Per
collocare queste considerazioni in un contesto più ampio, bisogna anche
considerare la sussidiarietà come modo di ordinare la società all’interno della
Chiesa. Il principio della sussidiarietà è fondamentale nella dottrina sociale
cattolica. È considerato componente essenziale della società umana, come l’ha
descritto Pio XI nella sua forma classica nella sua enciclica del 1931
Quadragesimo anno. Il passaggio più rilevante afferma: “Siccome è illecito
togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e
l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a
una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si
può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto
ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della
società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo
sociale, non già distruggerle e assorbirle”. Questo è il testo famoso che da
allora è stato tanto spesso citato, come, per esempio, nella prima enciclica
sociale di Giovanni XXIII, Mater et magistra. Questo stesso “principio di
sussidiarietà” è stato adottato dall’Unione Europea nel Trattato di Maastricht
del 1992 come linea guida nella sezione intitolata “Disposizioni comuni”.
Il
Sinodo dei vescovi del 1969 ha votato a favore dell’inserimento del principio
della sussidiarietà nella nuova edizione del Codice di Diritto canonico. E due
anni dopo, nel 1971, il Sinodo dei vescovi ha votato a favore della sua
applicazione alle Conferenze episcopali. L’introduzione del nuovo Codice nel
1983 dice: “Il principio di sussidiarietà appartiene anche al principio
basilare del nuovo diritto canonico”.
La
Chiesa, in ogni caso, non è una organizzazione o una comunità come tutte le
altre, perché è una “realtà complessa”, come dice Lumen gentium 8,
“comprendente un elemento umano e divino”. Quindi sulla terra è
contemporaneamente una struttura visibile e una comunità spirituale - ancora
con le parole della Lumen gentium, una struttura visibile di fede, speranza e
carità. Il principio della sussidiarietà, concetto puramente umano, può essere
applicato per analogia a questa struttura visibile. La parola “sussidiarietà”,
derivante dal latino subsidium, che significa aiuto o servizio, implica che
nella Chiesa in quanto struttura visibile le organizzazioni di rango superiore
non debbano assumersi ciò che quelle di rango inferiore possono e devono fare
per conto loro. Le organizzazioni di rango superiore dovrebbero offrire aiuto e
supporto sussidiario, in modo da poter realizzare i loro compiti specifici.
Pio
XII più tardi indicò che il principio di sussidiarietà va applicato anche al
governo della Chiesa stessa. Nel suo discorso del 20 dicembre 1946, ripetè la
definizione ormai classica del principio di sussidiarietà del suo predecessore
e poi continuò: “Queste parole sono davvero illuminanti; vanno applicate non
solo alla società, ma anche alla vita della Chiesa nella sua struttura
gerarchica”.
Con
quest’affermazione, Pio XII voleva quanto meno focalizzare l’attenzione sulla
libertà e la dignità dell’individuo che, in mezzo a strutture e organizzazioni,
non devono essere soppresse. Il principio di sussidiarietà serviva a assicurare
l’indipendenza, l’iniziativa e la forza dell’individuo nei confronti della comunità
e anche di piccoli gruppi di fronte a gruppi più grandi.
Uno
dei consiglieri di Pio XI e Pio XII era il professor G. Gundlach, che insegnava
alla Gregoriana, l’Università gesuita di Roma. Era dell’opinione che
nell’amministrazione della Chiesa come in quella civile ci fosse pericolo di
centralismo, e che chiunque studiasse questo tema non potesse non trovarne
esempi. Gundlach pensava che questo fosse legato all’influenza della società
industriale sulla Chiesa.
Senza
dubbio voleva dire che occorreva dare maggiore importanza al principio di
sussidiarietà nelle associazioni cattoliche. E lo stesso valeva per le diocesi,
gli ordini religiosi e altre comunità ecclesiali. Allontanare il centralismo
nella Chiesa, secondo Gundlach, implicava pensare di dare più opportunità ai
laici. Ben prima del Concilio Vaticano II, ma assolutamente in linea con il
testo della Lumen gentium, Gundlach pensava che ai laici dovessero essere
affidati compiti che avrebbero potuto svolgere come o meglio dei preti e che,
guardando al bene della Chiesa universale, essi dovessero essere “liberi di
agire e di assumersi responsabilità”. Per evitare di essere frainteso, voglio
sottolineare qui che il concetto umano di sussidiarietà non prova che ci debba
essere collegialità tra i vescovi e il papa, perché questo è un concetto
teologico. Ma come l’aspetto umano della Chiesa non può mai essere totalmente
diviso dall’aspetto divino, così la collegialità è tanto umana quanto divina.
In questo caso la sussidiarietà ci aiuta a farci un’idea più chiara di cosa
implichi la collegialità, mostrandoci che ogni vescovo ha responsabilità senza
restrizioni per il suo ambito di competenza.
Lumen
gentium 27 chiarisce che i vescovi non sono emissari del papa, né esistono,
come qualcuno pensa, per obbedire ai suoi comandi. Non devono essere
considerati, afferma il documento conciliare, come vicari del romano pontefice
(nel senso di vescovo di Roma), “perché sono rivestiti di autorità propria e
con tutta verità sono detti sovrintendenti delle popolazioni che governano. La
loro potestà, quindi, non è annullata dalla potestà suprema ed universale, ma
anzi è da essa affermata, corroborata e rivendicata”.
Essi
sono testimoni e maestri della fede in unione con il papa nel nome di Cristo.
Secondo il Vaticano II il collegio episcopale dovrebbe condividere il fardello
e le responsabilità del papa, e non solo a parole ma anche nei fatti. Il
mettere in pratica questa dottrina incontrerebbe una risposta positiva tanto a
livello ecumenico quanto all’interno della stessa Chiesa. L’atteggiamento dei media sarebbe anche
positivo.
Il
collegio episcopale potrebbe condividere sollecitudini e responsabilità per
tutta la Chiesa con grande vantaggio se non fosse riconosciuto solo nella sua
capacità consultiva, ma se gli fosse anche richiesto di partecipare alla presa
di decisioni. Questa cooperazione collegiale tra i vescovi e il papa allo
stesso tempo darebbe un forte impulso all’ecumenismo.
Devo
sottolineare che quello che dico non implica una fedeltà dubbia. Al contrario,
tale consapevolezza deve crescere insieme al papa, non contro di lui,
esattamente come lui ha richiesto nella Ut unum sint.
Né
queste proposte sgorgano da qualche filosofia o ideologia. Nascono dalla
comunione di fede, che non è prescritta dall’alto, ma è condivisa da tutti.
Più
il collegio episcopale partecipa alla responsabilità del governo della Chiesa,
più la diversità diventa visibile nell’unità, e più la causa dell’ecumenismo
sarà avvantaggiata. Vari esempi di pluralismo sono a lungo esistiti all’interno
dell’unica, unita Chiesa cattolica. Tanto per cominciare, il papa è eletto, e
lo sono pure gli abati dei monasteri e degli istituti religiosi. Le liturgie
occidentali e orientali possono essere diverse. Gli ordini religiosi e le
comunità godono di una considerevole autonomia perché possano decidere da sole
il proprio stile di vita e le loro strutture interne. Per più di mille anni i vescovi sono stati eletti dai fedeli e poi
confermati dal papa. Il decreto del Vaticano II riguardo alle Chiese orientali
mostra quanto la Chiesa cattolica dia valore alle loro particolari strutture e
liturgie, alle loro tradizioni e al loro stile di vita: hanno il loro diritto
canonico e i preti sposati.
Oggi,
tuttavia, abbiamo un centralismo gonfiato. La questione è duplice, come ho
dimostrato. Da una parte, dobbiamo rafforzare la sollecitudine per la
collegialità episcopale e la responsabilità per tutta la Chiesa in accordo con
il Vaticano II. Dall’altra, dobbiamo smettere di restringere la competenza dei
vescovi locali e regionali come leader della Chiesa. Questo significa, tra
l’altro, che i vescovi devono avere voce nelle nomine episcopali, in accordo
con il principio di sussidiarietà, secondo cui nulla che può essere fatto ad un
livello più basso deve essere fatto ad un livello più alto. Significa anche
dare alle conferenze episcopali un ruolo ed una funzione più precisa.
Ripeto
che non si sta cercando qui di eliminare il papa di Roma come garanzia e
simbolo di unità, come teme la Curia romana. Senza un papa saremmo tutti in
difficoltà. Chi altro avrebbe potuto convocare un Concilio Vaticano II se non
papa Giovanni XXIII? Chi altro avrebbe potuto parlare con tanta efficacia a
livello internazionale sui diritti umani, la libertà umana e la dignità che
emerge dal messaggio di Cristo se non Giovanni Paolo II? Ciò che dovremmo fare,
piuttosto, è scoprire una nuova forma di governo - cioè riscoprire la forma
antica - che è particolarmente favorevole alla sollecitudine ecumenica. Finché il collegio episcopale non verrà reso
responsabile insieme al papa, né gli ortodossi né gli anglicani né i
protestanti vedranno alcun passo concreto verso l’unità.
Era
intenzione del Concilio Vaticano II che il compito del vescovo di Roma fosse
considerato in unione con la sollecitudine e la responsabilità dei vescovi per
tutta la Chiesa. Ora, alla soglia del terzo millennio, dobbiamo accettare le
conseguenze inevitabili di una messa in pratica della teoria. Dobbiamo tornare alla forma decentrata della
gestione dell’autorità nella Chiesa come attuata nei primi secoli. Questo è,
per la Chiesa di tutto il mondo, l’imperativo di oggi.